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meditate gente meditate

09/10/2008 03:34:14 / Pensierosa/o

dal sito de La Repubblica

IL RETROSCENA Azione penale e poteri del pm
basteranno poche parole per cambiare


La riforma nascosta della giustizia
in quel patto tacito Ghedini-Violante


di GIUSEPPE D'AVANZO






La riforma nascosta della giustizia in quel patto tacito Ghedini-Violante

Luciano Violante, ex presidente della Camera




È L'UOVO di Colombo. Che cos'è un pubblico ministero senza polizia
giudiziaria? Più o meno, niente. Un corpo senza braccia. Una toga nera
che cammina. E allora se, nella scelta e nell'avvio dell'esercizio
dell'azione penale, si toglie all'accusa la collaborazione della
polizia; se si attribuiscono alla polizia i poteri che oggi sono del
pubblico ministero (dalle notizie di reato alla direzione delle
indagini), il gioco è fatto.





Quel che oggi appare una faticosa (e ardua) ascesa alle vette di una
riforma costituzionale diventa, più o meno, una quieta passeggiata in
riva al mare. Un percorso legislativo ordinario e svelto che, senza
troppo clamore e piazze Navona, altera gli equilibri costituzionali più
di quanto possa fare una risicatissima riscrittura della Costituzione.





La "riforma della giustizia" (o meglio lo scontro ideologico tra
politica e magistratura) ha già un suo compromesso concreto,
rapidamente realizzabile e già per buona parte condiviso. L'abolizione
di qualche parola in due articoli del codice di procedura penale
consente alla politica di ottenere, senza "guerre di religione", quel
che dai tempi della Bicamerale è apparso alla politica una chimera: il
controllo dell'azione penale e l'attenuazione dei poteri del pubblico
ministero a vantaggio dell'esecutivo.





Come si sa, la riforma ha un'agenda autunnale già annunciata dal
ministro della Giustizia Alfano: riforma del processo penale e civile
e, poi, interventi costituzionali che muteranno il ruolo del Csm,
l'obbligatorietà dell'azione penale, la separazione delle carriere. E'
un'agenda, per la prima parte (riforma del processo), condivisa anche
dall'opposizione che vuole rendere concreta la ragionevole durata del
processo e più efficiente (finalmente efficiente) la macchina della
giustizia. Ma, a saper ascoltare Luciano Violante e Niccolò Ghedini -
le vere "teste d'uovo" protagoniste di questo minimalismo al tempo
stesso riformista e rivoluzionario - è sufficiente già il riordino del
processo penale per raccogliere qualche desideratissimo risultato.
L'accordo non è segreto. Il compromesso è lì alla luce del sole e basta
soltanto unire i punti per vederne il disegno.










Chiedono a Violante della separazione delle carriere (2 settembre, il Giornale).
Curiosamente, prima di dirsi contrario alla separazione, Violante
ragiona a lungo (in apparenza c'entra come il cavolo a merenda) sulla
"confusione tra attività di polizia e attività del pm". Per concludere:
"Il ruolo della polizia è stato schiacciato dal ruolo del pm. Bisogna
tornare ai principi della Costituzione: la polizia da una parte e il pm
dall'altra, ciascuno con proprie attribuzioni". E' una stravaganza il
richiamo alla Carta. Come se le "attribuzioni" delle polizie fossero
prescritte dalla Costituzione che, al contrario, all'articolo 109
recita: "L'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia
giudiziaria".





A stretto giro (3 settembre, il Giornale),
risponde a Violante Niccolò Ghedini. Tecnico sapientissimo, di fatto il
Guardasigilli, scorge il varco. Dice: "Sono d'accordo sulla necessità
di valorizzare il lavoro della polizia giudiziaria rendendolo più
autonomo da quello del pm. L'accordo si può trovare in tempi brevi". Si
può immaginare che l'avvocato e consigliere di Berlusconi sfoggi uno
dei suoi sorrisi, quando si lancia nella difesa dell'obbligarietà
dell'azione penale ("La manterrei"). Ghedini sa che, liberata la
polizia giudiziaria dalla dipendenza al pm, non vale più la pena
occuparsi dell'obbligatorietà dell'azione penale che sarebbe già
fritta. Vediamo perché.





Oggi (art. 327 del codice di procedura penale) "il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria che, anche dopo la comunicazione della notizia di reato, continua a svolgere
attività di propria iniziativa". Se si cancellano le parole in corsivo
la norma diventa: "La polizia giudiziaria, anche dopo la comunicazione
della notizia di reato, svolge attività di propria iniziativa". Il
pubblico ministero perde la direzione delle indagini mentre la polizia
guadagna la sua libertà. Come chiunque comprende, la variazione non è
neutra e senza conseguenze. Il pubblico ministero è indipendente dal
potere politico e "soggetto soltanto alla legge", mentre il poliziotto
è un funzionario dello Stato che risponde agli ordini di un ministro e
alle scelte politiche del governo. Una seconda "correzione" accentua la
discrezionalità della polizia e la distanza dal pm.






Articolo 347 del codice di procedura di penale: "Acquisita la notizia
di reato, la polizia giudiziaria, senza ritardo,
riferisce al pubblico ministero". Se cade il corsivo ("Acquisita la
notizia di reato, la polizia giudiziaria riferisce al pubblico
ministero") l'intero gioco investigativo finisce nelle mani delle forze
dell'ordine. Lo scenario diventa questo. Le polizie raccolgono la
notizia di reato; fanno i primi accertamenti; ne possono valutare
protagonisti, modalità e conseguenze. Informare la catena gerarchica e
il governo. Decidere quando e come informare il pubblico ministero.






Non si può escludere che, nelle occasioni meno gradite o imbarazzanti
per il potere politico o economico, la comunicazione possa avvenire
fuori tempo massimo quando i buoi sono già scappati dalla stalla o
quando diventa difficile raccogliere coerenti e tempestive fonti di
prova per accertare reato e responsabilità. (Naturalmente sempre
possono esserci pressioni sulla polizia giudiziaria per "aggiustare" le
indagini, ma la dipendenza dal pubblico ministero protegge i funzionari
dello Stato dalle gerarchie e dai governi).






Come si può comprendere, grazie a poche parole soppresse in un codice,
giustizia e processo muterebbero. Sarebbe il governo a decidere,
attraverso le polizie, quale fenomeno criminale aggredire e quali
affari penali indagare. La separazione della polizia giudiziaria dal
pubblico ministero risolve all'origine molte questioni cui la politica
non ha trovato soluzione nel corso del tempo. L'obbligatorietà
dell'azione penale sarebbe sterilizzata.






Oggi nella disponibilità delle procure, l'inizio dell'azione penale
viene consegnata al governo che può selezionare quando, come e contro
chi esercitare l'azione, attraverso la notizia di reato raccolta dalla
polizia giudiziaria e i tempi di comunicazione alle procure.
L'indipendenza del pubblico ministero sarebbe marginalizzata. Decretata
la sua autonomia nelle indagini, sarà il poliziotto a decidere del
lavoro soltanto formalmente indipendente del magistrato trasformando il
pubblico ministero in "avvocato della polizia".








Un "avvocato" che mette le sue competenze tecniche al servizio di
un'accusa preconfezionata in questure e caserme che lavorano alle
dipendenze e con gli input del governo. La soluzione può essere gradita
a larga parte del mondo politico (è un errore sottovalutare l'influenza
e le connessioni di Violante nell'opposizione e nelle istituzioni) e
peraltro Silvio Berlusconi non ha mai fatto mistero di volerla ad ogni
costo. Forse, l'avrà. Senza tanti ghirighori costituzionali, la quadra - come l'uovo di Colombo - è lì a portata di mano. In poche parole da cancellare con un tratto di penna.








(10 settembre 2008)

 















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