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stop all'alimentazione - caso Englaro
DATA: 11/13/2008 14:25:45 / STATO D'ANIMO: Appassionata/o
Il Vaticano sostiene che sospendere gli alimenti a una persona corrisponde a un assassinio. Infatti non sarebbe male che il Vaticano vendesse qualche gioiello del suo patrimonio immobiliare col cui ricavato potrebbe venire incontro alle esigenze di tanti indigenti che nel nostro tempo non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. Non so perchè ma mi sovvengono le parole di Gesù quando affermava: Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti,
che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all`esterno son belli a
vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all`esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d`ipocrisia e d`iniquità.
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http://www.eugeniobenetazzo.com/
DATA: 10/12/2008 12:22:49 / STATO D'ANIMO: Pensierosa/o
Date un'occhiata a sto sito, agli articoli e alla parte Youtube. Sono convinto di una cosa : anche se sto tipo dicesse un 30% di cazzate, pure il suo lavoro di divulgazione è importante data la poca trasparenza del mondo finanziario. E dato che nel mondo finanziario si possono annidare tanti paduli anche per noi, meglio sapere che non sapere.... Gianfranco
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intervista a Joseph Stiglitz
DATA: 09/26/2008 15:59:14 / STATO D'ANIMO: Addormentata/o
dal settimanale L'Espresso A Wall Street vincono i furbettidi Enrico Pedemonte da New York
Il
salvataggio delle Borse? Ha riempito le tasche degli speculatori. Sulla
pelle dei contribuenti. è tutto il sistema della finanza Usa che va
riformato. Parla il premio Nobel Joseph Stiglitz
Wall Street è morta, titola il 'Wall Street
Journal' in un editoriale destinato a fare storia, ma una vecchia
volpe della Borsa come Nariman Behravesh, capo economista della
Global Insight, dice che sono solo chiacchiere: "Tutto questo
clamore farà spazio agli hedge fund e ai private equity. Dopo la
scomparsa delle vecchie banche di investimento si creeranno due
mercati con diversa velocità: da una parte le banche commerciali a
cui si rivolgeranno i piccoli investitori, dall'altra gli hedge
fund e i private equity, cioè un mercato senza regole rivolto ai
ricchi e a quelli che vogliono rischiare...".
La dichiarazione di Behravesh esprime bene il clima di
incertezza che si respira nel mondo della finanza. Il
terremoto che ha scosso Wall Street arriva al crepuscolo
dell'amministrazione Bush, in un clima elettorale incandescente, in
un'economia sull'orlo della recessione. In meno di due settimane
due grandi istituzioni come Fannie Mae e Freddy Mac sono
state nazionalizzate, le cinque grandi banche di
investimento sono sparite (fallite o assorbite dalle banche
tradizionali), la prima delle società di assicurazione americane -
la Aig -è stata salvata grazie a una gigantesca iniezione di denaro
pubblico.
Alla fine l'amministrazione Bush ha dovuto proporre un'operazione
da 750 miliardi di dollari per evitare che
l'intero sistema finanziario crollasse come un castello di carte,
oppresso da una valanga di mutui ormai senza valore che ha invaso i
mercati e devastato i bilanci delle società finanziarie. E nessuno
sa dire se questo immane sforzo da parte dell'amministrazione
pubblica sarà sufficiente a tamponare una crisi in larga misura
incompresa anche dagli addetti ai lavori.
Alla fine i miliardi di dollari finiti in questa epocale
operazione di salvataggio saranno oltre mille, forse 2
mila. Ma molti pensano che le operazioni proposte
dall'amministrazione Bush serviranno a salvare gli azionisti
lasciando però intatto il Far West del sistema finanziario.
Joseph Stiglitz, docente alla Columbia University di New York e
premio Nobel per l'Economia, è tra i più critici: "L'operazione di
salvataggio orchestrata dal ministro del Tesoro Henry Paulson
potrebbe risolversi in un colossale trasferimento di
ricchezza dalle tasche dei contribuenti a quelle degli uomini di
finanza", afferma nel corso di una lunga intervista a
'L'espresso': "I capi delle banche di investimento stanno stappando
bottiglie di champagne perché pensano di avere finalmente trovato
qualcuno così stupido da comprare i loro mutui senza valore a spese
dei contribuenti".
La sede di Morgan Stanley
Stiglitz non lo dice, ma la sfiducia manifestata da molti
esponenti democratici nei confronti di Paulson,
che in un lungo braccio di ferro con il Congresso ha chiesto carta
bianca per distribuire 750 miliardi di dollari al mondo
finanziario, viene proprio dalla sua storia personale. Paulson ha
lavorato per 32 anni alla Goldman Sachs e ne è stato presidente per
sei anni, proprio nel periodo in cui le banche di investimento
americane si inventavano gli incomprensibili strumenti finanziari
che oggi stanno affossando l'economia. Molti pensano che non sia
lui, nonostante la sua sapienza tecnica, l'uomo giusto per risanare
Wall Street e cambiarne le regole.
D'altra parte questa crisi finanziaria esplode negli ultimi mesi di
vita di un'amministrazione che ha creato un buco devastante
nelle casse dello Stato. Stiglitz ha studiato a lungo il
problema e ha appena pubblicato 'The Three Trillion Dollars War',
un libro in cui sostiene che la guerra in Iraq è destinata a
costare agli Stati Uniti 3 mila miliardi di dollari. Quando Bush
divenne presidente, il debito federale Usa ammontava a circa 5.700
miliardi. Ma negli otto anni di Bush, prima la guerra in Iraq, poi
il salvataggio delle società finanziarie hanno triplicato quella
cifra, portandola a 15-16 mila miliardi di dollari. "Si tratta di
un debito colossale destinato ad abbassare per un
lungo periodo il nostro livello di vita".
Riandando indietro con la memoria, Stiglitz dice che
uno
dei grandi responsabili della crisi è stato il capo della Federal
Reserve Alan Greenspan, scelto da Ronald Reagan per
diffondere il mantra della deregolamentazione. Fu Greenspan a
incoraggiare la diffusione dei mutui subprime, fu lui ad assicurare
che la bolla immobiliare non esisteva, sempre lui a guardare
dall'altra parte quando l'edificio della finanza cominciava a
scricchiolare. "Poi arrivarono i tagli alle tasse di Bush, la
guerra in Iraq che ha fatto salire il prezzo del petrolio e ha
indebolito l'economia. Per rispondere alla crisi che incombeva,
l'amministrazione Bush ha usato la politica monetaria, facendo
scendere il valore del dollaro". Ma alla fine i nodi sono venuti al
pettine. E adesso che cosa si può fare?
Le proposte avanzate da Stiglitz rivestono grande interesse
perché lui viene indicato da più parti come uno dei probabili
consiglieri di Barack Obama se questi salirà alla Casa Bianca.
Secondo Stiglitz la finanza deve essere riformata in modo profondo:
"Primo: bisogna impedire che i presidenti delle società
finanziarie se ne vadano a casa con enormi bonus. Gli
incentivi annuali hanno dimostrato di non funzionare perché
spingono a rischi eccessivi a breve termine: meglio un sistema di
premi quinquennali".
Il secondo punto debole del sistema, secondo il premio
Nobel, è costituito dalle regole sulla concorrenza. Il
campanello d'allarme più grave è scattato con la crisi della Aig,
la più grande compagnia assicurativa americana: la Federal Reserve
e il ministero del Tesoro hanno giustificato il salvataggio della
società, costato 85 miliardi di dollari alle casse dello Stato,
sostenendo che si trattava di un'azienda così grossa e importante
che il suo fallimento avrebbe portato il sistema economico al
collasso. Ma questa stessa dichiarazione, secondo Stiglitz,
rappresenta un'ammissione di fallimento da parte delle autorità che
regolano la concorrenza: se un'azienda è talmente grande da non
poter fallire senza gravi rischi per la stabilità del sistema,
allora quella azienda va spaccata, o regolamentata in modo molto
rigido. E la stessa sorte dovrebbe toccare alle tre società che
dominano il mercato delle carte di credito, che oggi campano su
regole che soffocano la concorrenza.
Ma è la mancanza di trasparenza del sistema
finanziario Usa il punto su cui Stiglitz concentra la sua polemica:
"Sapevamo da sei mesi che era necessario salvare la Bear Stearns.
Ma ancora oggi non sappiamo quanto sia alto il rischio del
salvataggio, né quanto ci abbiano rimesso i contribuenti. E
soprattutto non sapevamo che in quel modo stavamo in realtà dando
soldi alla JP Morgan". Stiglitz propone di creare una 'commissione
per la sicurezza dei prodotti finanziari' per accertare il grado di
sicurezza di quello che le banche e i fondi pensioni vendono ai
consumatori: "Ognuno può correre i rischi che vuole, ma deve
conoscerli. Non si può giocare alla roulette con i soldi degli
altri". Ma è sul- l'intero sistema regolatorio della finanza Usa il
giudizio più pesante: "Abbiamo avuto la prova che il sistema non
funziona né per l'economia, né per i contribuenti americani, né per
il resto del mondo. Funziona solo per un piccolo gruppo di persone
che si sono riempite le tasche". (25 settembre 2008)
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Alla Consulta il lodo immunità
DATA: 09/26/2008 15:21:19 / STATO D'ANIMO: Pensierosa/o
Avete sentito, giovani, che sul lodo Alfano si dovrà pronunciare la Consulta ? che forse il lodo Alfano è incostituzionale o che comunque
andava eventualmente introdotto con una legge costituzionale ?
I giudici osservano infatti che "l'intervento legislativo incide su plurimi
ulteriori interessi di rango costituzionale quali la ragionevole durata
del processo e l'obbligatorieta' dell'azione penale, per cui il loro
bilanciamento deve necessariamente avvenire con norma costituzionale".
Detto fra noi, cari giovani, il Nostro Beneamato Presidente della
Repubblica, che senza batter ciglio ha firmato la legge preparata dal
governo Berlusconi, non ci ha fatto una bella figura in tutto questo.
Eh no direi proprio di no. Dall'alto della sua saggezza, (ricorderete
che spesso "monita") non ci ha fatto proprio una bella figura in tutto
questo.
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meditate gente meditate
DATA: 09/10/2008 03:34:14 / STATO D'ANIMO: Pensierosa/o
dal sito de La Repubblica
IL RETROSCENA Azione penale e poteri del pm basteranno poche parole per cambiare
La riforma nascosta della giustizia in quel patto tacito Ghedini-Violante
di GIUSEPPE D'AVANZO
Luciano Violante, ex presidente della Camera
È L'UOVO di Colombo. Che cos'è un pubblico ministero senza polizia
giudiziaria? Più o meno, niente. Un corpo senza braccia. Una toga nera
che cammina. E allora se, nella scelta e nell'avvio dell'esercizio
dell'azione penale, si toglie all'accusa la collaborazione della
polizia; se si attribuiscono alla polizia i poteri che oggi sono del
pubblico ministero (dalle notizie di reato alla direzione delle
indagini), il gioco è fatto.
Quel che oggi appare una faticosa (e ardua) ascesa alle vette di una
riforma costituzionale diventa, più o meno, una quieta passeggiata in
riva al mare. Un percorso legislativo ordinario e svelto che, senza
troppo clamore e piazze Navona, altera gli equilibri costituzionali più
di quanto possa fare una risicatissima riscrittura della Costituzione.
La "riforma della giustizia" (o meglio lo scontro ideologico tra
politica e magistratura) ha già un suo compromesso concreto,
rapidamente realizzabile e già per buona parte condiviso. L'abolizione
di qualche parola in due articoli del codice di procedura penale
consente alla politica di ottenere, senza "guerre di religione", quel
che dai tempi della Bicamerale è apparso alla politica una chimera: il
controllo dell'azione penale e l'attenuazione dei poteri del pubblico
ministero a vantaggio dell'esecutivo.
Come si sa, la riforma ha un'agenda autunnale già annunciata dal
ministro della Giustizia Alfano: riforma del processo penale e civile
e, poi, interventi costituzionali che muteranno il ruolo del Csm,
l'obbligatorietà dell'azione penale, la separazione delle carriere. E'
un'agenda, per la prima parte (riforma del processo), condivisa anche
dall'opposizione che vuole rendere concreta la ragionevole durata del
processo e più efficiente (finalmente efficiente) la macchina della
giustizia. Ma, a saper ascoltare Luciano Violante e Niccolò Ghedini -
le vere "teste d'uovo" protagoniste di questo minimalismo al tempo
stesso riformista e rivoluzionario - è sufficiente già il riordino del
processo penale per raccogliere qualche desideratissimo risultato.
L'accordo non è segreto. Il compromesso è lì alla luce del sole e basta
soltanto unire i punti per vederne il disegno.
Chiedono a Violante della separazione delle carriere (2 settembre, il Giornale).
Curiosamente, prima di dirsi contrario alla separazione, Violante
ragiona a lungo (in apparenza c'entra come il cavolo a merenda) sulla
"confusione tra attività di polizia e attività del pm". Per concludere:
"Il ruolo della polizia è stato schiacciato dal ruolo del pm. Bisogna
tornare ai principi della Costituzione: la polizia da una parte e il pm
dall'altra, ciascuno con proprie attribuzioni". E' una stravaganza il
richiamo alla Carta. Come se le "attribuzioni" delle polizie fossero
prescritte dalla Costituzione che, al contrario, all'articolo 109
recita: "L'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia
giudiziaria".
A stretto giro (3 settembre, il Giornale),
risponde a Violante Niccolò Ghedini. Tecnico sapientissimo, di fatto il
Guardasigilli, scorge il varco. Dice: "Sono d'accordo sulla necessità
di valorizzare il lavoro della polizia giudiziaria rendendolo più
autonomo da quello del pm. L'accordo si può trovare in tempi brevi". Si
può immaginare che l'avvocato e consigliere di Berlusconi sfoggi uno
dei suoi sorrisi, quando si lancia nella difesa dell'obbligarietà
dell'azione penale ("La manterrei"). Ghedini sa che, liberata la
polizia giudiziaria dalla dipendenza al pm, non vale più la pena
occuparsi dell'obbligatorietà dell'azione penale che sarebbe già
fritta. Vediamo perché.
Oggi (art. 327 del codice di procedura penale) " il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente della polizia giudiziaria che, anche dopo la comunicazione della notizia di reato, continua a svolge re
attività di propria iniziativa". Se si cancellano le parole in corsivo
la norma diventa: "La polizia giudiziaria, anche dopo la comunicazione
della notizia di reato, svolge attività di propria iniziativa". Il
pubblico ministero perde la direzione delle indagini mentre la polizia
guadagna la sua libertà. Come chiunque comprende, la variazione non è
neutra e senza conseguenze. Il pubblico ministero è indipendente dal
potere politico e "soggetto soltanto alla legge", mentre il poliziotto
è un funzionario dello Stato che risponde agli ordini di un ministro e
alle scelte politiche del governo. Una seconda "correzione" accentua la
discrezionalità della polizia e la distanza dal pm.
Articolo 347 del codice di procedura di penale: "Acquisita la notizia
di reato, la polizia giudiziaria, senza ritardo,
riferisce al pubblico ministero". Se cade il corsivo ("Acquisita la
notizia di reato, la polizia giudiziaria riferisce al pubblico
ministero") l'intero gioco investigativo finisce nelle mani delle forze
dell'ordine. Lo scenario diventa questo. Le polizie raccolgono la
notizia di reato; fanno i primi accertamenti; ne possono valutare
protagonisti, modalità e conseguenze. Informare la catena gerarchica e
il governo. Decidere quando e come informare il pubblico ministero.
Non si può escludere che, nelle occasioni meno gradite o imbarazzanti
per il potere politico o economico, la comunicazione possa avvenire
fuori tempo massimo quando i buoi sono già scappati dalla stalla o
quando diventa difficile raccogliere coerenti e tempestive fonti di
prova per accertare reato e responsabilità. (Naturalmente sempre
possono esserci pressioni sulla polizia giudiziaria per "aggiustare" le
indagini, ma la dipendenza dal pubblico ministero protegge i funzionari
dello Stato dalle gerarchie e dai governi).
Come si può comprendere, grazie a poche parole soppresse in un codice,
giustizia e processo muterebbero. Sarebbe il governo a decidere,
attraverso le polizie, quale fenomeno criminale aggredire e quali
affari penali indagare. La separazione della polizia giudiziaria dal
pubblico ministero risolve all'origine molte questioni cui la politica
non ha trovato soluzione nel corso del tempo. L'obbligatorietà
dell'azione penale sarebbe sterilizzata.
Oggi nella disponibilità delle procure, l'inizio dell'azione penale
viene consegnata al governo che può selezionare quando, come e contro
chi esercitare l'azione, attraverso la notizia di reato raccolta dalla
polizia giudiziaria e i tempi di comunicazione alle procure.
L'indipendenza del pubblico ministero sarebbe marginalizzata. Decretata
la sua autonomia nelle indagini, sarà il poliziotto a decidere del
lavoro soltanto formalmente indipendente del magistrato trasformando il
pubblico ministero in "avvocato della polizia".
Un "avvocato" che mette le sue competenze tecniche al servizio di
un'accusa preconfezionata in questure e caserme che lavorano alle
dipendenze e con gli input del governo. La soluzione può essere gradita
a larga parte del mondo politico (è un errore sottovalutare l'influenza
e le connessioni di Violante nell'opposizione e nelle istituzioni) e
peraltro Silvio Berlusconi non ha mai fatto mistero di volerla ad ogni
costo. Forse, l'avrà. Senza tanti ghirighori costituzionali, la quadra - come l'uovo di Colombo - è lì a portata di mano. In poche parole da cancellare con un tratto di penna.
( 10 settembre 2008)
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Acqua: diritto di tutti
DATA: 08/29/2008 05:40:27 / STATO D'ANIMO: Pensierosa/o
dal sito di Beppe Grillo questo post di Padre Alex Zanotelli
Chi controlla i bisogni primari, controlla
la società. PDL e PDmenoelle lo sanno bene.
Senza acqua si muore, ma se l'acqua viene privatizzata i partiti vivono meglio.
I concessionari sanno essere riconoscenti, voti, soldi, poltrone finanziati dal
rincaro dell'acqua a carico dei cittadini.
Le liste civiche del blog avranno come punto fondamentale del
loro programma l'acqua. Non si può privatizzare. Non è una merce, è un diritto.
Come respirare, parlare, amare. Gesù trasformò l'acqua in vino, Veltrusconi
la vuole trasformare in business. Beati gli assetati di
giustizia perchè vedranno i ladri dell'acqua in galera. Loro non si
arrenderanno mai, noi neppure.
"Caro Beppe,
nel cuore di questa estate torrida e di questa terra calabra, lavorando con i
giovani nelle cooperative del vescovo Brigantini (Locride) e dell’Arca di Noè
(Cosenza), mi giunge, come un fulmine a ciel sereno, la notizia che il governo Berlusconi
sancisce la privatizzazione dell’acqua. Infatti il 5 agosto il
Parlamento italiano ha votato l’articolo 23 bis del decreto legge numero 112
del ministro G. Tremonti che nel comma 1 afferma che la
gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole
dell’economia capitalistica. Tutto questo con l’appoggio
dell’opposizione, in particolare del PD, nella persona del suo corrispettivo
ministro-ombra Lanzillotta. (Una decisione che mi indigna, ma
non mi sorprende, vista la risposta dell’on.Veltroni alla lettera sull’acqua
che gli avevo inviata durante le elezioni!).
Così il governo Berlusconi, con l’assenso dell’opposizione, ha
decretato che l’Italia è oggi tra i paesi per i quali l’acqua è una merce.
Dopo questi anni di lotta contro la privatizzazione dell’acqua con tanti
amici,con comitati locali e regionali, con il Forum e il Contratto Mondiale
dell’ acqua ……queste notizie sono per me un pugno allo stomaco, che mi fa male.
Questo è un tradimento da parte di tutti i partiti! Ancora più grave è il
fatto, sottolineato dagli amici R.Lembo e R. Petrella,
che il “Decreto modifica la natura stessa dello Stato e delle collettività
territoriali. I Comuni, in particolare, non sono più dei
soggetti pubblici territoriali responsabili dei beni comuni, ma diventano dei
soggetti proprietari di beni competitivi in una logica di interessi
privati, per cui il loro primo dovere è di garantire che i dividendi
dell’impresa siano i più elevati nell’interesse delle finanze comunali.“ Ci
stiamo facendo a pezzi anche la nostra Costituzione!
Concretamente cosa significa tutto questo? Ce lo rivelano le drammatiche
notizie che ci pervengono da Aprilia (Latina) dimostrandoci
quello che avviene quando l’acqua finisce in mano ai privati. Acqualatina,
(Veolia, la più grande multinazionale dell’acqua ha il 46,5 % di azioni) che
gestisce l’acqua di Aprilia, ha deciso nel 2005 di aumentare le
bollette del 300%! Oltre quattromila famiglie da quell’anno, si
rifiutano di pagare le bollette ad Acqualatina, pagandole invece al Comune. Una
lotta lunga e dura di resistenza quella degli amici di Aprilia contro
Acqualatina! Ora, nel cuore dell’estate, Acqualatina manda le sue squadre di
vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori o ridurre il flusso
dell’acqua. Tutto questo con l’avallo del Comune e della provincia di Latina!
L’obiettivo? Costringere chi contesta ad andare allo sportello di Acqualatina
per pagare. E’ una resistenza eroica e impari questa di Aprilia: la
gente si sente abbandonata a se stessa. Non possiamo lasciarli soli!
L’ estate porta brutte notizie anche dalla mia Napoli e dalla regione Campania.
L’assessore al Bilancio del Comune di Napoli, Cardillo, lancia
una proposta che diventerà operativa nel gennaio 2009. L’ Arin, la municipalizzata
dell’acqua del Comune di Napoli, diventerà una multi-servizi che includerà
Napoligas e una compagnia per le energie rinnovabili.Per far digerire la
pillola, Cardillo promette una “Robintax” per i poveri
(tariffe più basse per le classi deboli). Con la privatizzazione dell’acqua si
creano necessariamente cittadini di seria A (i ricchi ) e di serie B (i
poveri), come sostiene l’economista M.Florio dell’Università degli studi di
Milano.
Sono brutte notizie queste per tutto il movimento napoletano che nel 2006 aveva
costretto 136 comuni di ATO 2 a ritornare sui propri passi e a proclamare l’acqua
come bene comune. Invece dell’acqua pubblica, l’assessore Cardillo sta forse
preparando un bel bocconcino per A2A (la multiservizi di Brescia e Milano) o per Veolia, qualora
prendessero in mano la gestione dei rifiuti campani? Sarebbe il grande trionfo
a Napoli dei potentati economico-finanziari.
A questo bisogna aggiungere la grave notizia che a Castellamare di
Stabia (un comune di centomila abitanti della provincia di Napoli ),
67 mila persone hanno ricevuto, per la prima volta, le bollette dalla Gori,
(una SPA di cui il 46% delle azioni è di proprietà dell’Acea di Roma).Questo
in barba alle decisioni del Consiglio Comunale e dei cittadini che da anni si
battono contro la Gori, che ormai ha messo le mani sui 76 Comuni Vesuviani (da
Nola a Sorrento).
“Non pagate le bollette dell’acqua!”, è l’invito del Comitato locale alle
famiglie di Castellamare. Sarà anche qui una lotta lunga e difficile, come
quella di Aprilia. Mi sento profondamente ferito e tradito da queste notizie
che mi giungono un po’ dappertutto.Mi chiedo amareggiato:” Ma dov’è finita
quella grossa spinta contro la privatizzazione dell’acqua che ha portato alla
raccolta di 400 mila firme di appoggio alla Legge di iniziativa popolare
sull’acqua?
Ma cosa succede in questo nostro paese? Perchè siamo così immobili?
Perchè ci è così difficile fare causa comune con tutte le lotte locali,
rinchiudendoci nei nostri territori? Perché il Forum dell’acqua non lancia una
campagna su internet, per inviare migliaia di sollecitazioni alla Commissione
Ambiente della Camera dove dorme la Legge di iniziativa popolare sull’acqua?
Non è giunto il momento di appellarsi ai parlamentari di tutti i partiti per
far passare in Parlamento una legge-quadro sull’acqua?
Dobbiamo darci tutti una mossa per realizzare il sogno che ci accompagna e cioè
che l’acqua è un diritto fondamentale umano, che deve essere gestita dalle
comunità locali con totale capitale pubblico, al minor costo possibile per
l’utente,senza essere SPA. “L’acqua appartiene a tutti e a nessuno può essere
concesso di appropriarsene per trarne “illecito”profitto- ha scritto l’arcivescovo
emerito di Messina G. Marra.Pertanto si chiede che venga
gestita esclusivamente dai Comuni organizzati in società pubblica, che hanno da
sempre il dovere di garantirne la distribuzione per tutti al costo più basso
possibile.”
Quando ascolteremo parole del genere dalla Conferenza Episcopale Italiana?
Quand’è che prenderà posizione su un problema che vuole dire vita o morte per
le nostre classi deboli, ma soprattutto per gli impoveriti del mondo? (Avremo
milioni di morti per sete!).
E’ quanto ha affermato nel mezzo di questa estate, il 16 luglio, il Papa
Benedetto XVI:” Riguardo al diritto all’acqua, si deve sottolineare
anche che si tratta di un diritto che ha un proprio fondamento nella dignità
umana .Da questa prospettiva bisogna esaminare attentamente gli atteggiamenti
di coloro che considerano e trattano l’acqua unicamente come bene economico.”
Quand’è che i nostri vescovi ne trarranno le dovute conseguenze per il nostro
paese e coinvolgeranno tutte le parrocchie in un grande movimento in difesa
dell’acqua? L’acqua è vita. “L’acqua è sacra, non solo perché
è prezioso dono del Creatore- ha scritto recentemente il vescovo di Caserta,
Nogaro – ma perché è sacra ogni persona, ogni uomo, ogni donna
della terra fatta a immagine di Dio che dall’acqua trae esistenza, energia e
vita.”
Sull’acqua ci giochiamo tutto!
Partendo dal basso, dalle lotte in difesa dell’acqua a livello locale, dobbiamo
ripartire in un grande movimento che obblighi il nostro Parlamento a proclamare
che l’acqua non è una merce, ma un diritto di tutti. Diamoci
da fare perché vinca la vita!". padre Alex Zanotelli
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Luciano Moggi for President
DATA: 06/09/2008 11:37:04 / STATO D'ANIMO: Piena/o di energie
Berlusconi ha parlato. L'avete sentito ? L'avete sentito bene ? Cinque anni di carcere a chi ordina
le intercettazioni, cinque anni di carcere a chi esegue le intercettazioni,
cinque anni di carcere a chi le diffonde. Luciano Moggi for President. Il
Parlamento (pieno di condannati) è sovrano. Il Popolo della Libertà di
Delinquere impera. E Marco Travaglio vada in galera. I giudici non devono
passare il loro tempo a intercettare le persone ma a perseguire ed espellere
gli immigrati clandestini. Per loro sì, per gli immigrati clandestini sì che ci
sarebbe bisogno di intercettazioni, ma per fortuna sono così poveri che non
hanno neanche il telefono: problema quindi risolto in partenza. E le prostitute
extracomunitarie, quelle fottutissime zoccole vogliamo lasciarle a impuzzonire
le nostre strade insieme ai rifiuti o non vogliamo mettere in galera pure loro,
così fanno compagnia ai giudici e ai giornalisti che hanno prodotto le
intercettazioni ?
Finora cazzo sono stato costretto a mandare i miei
avvocati e sodali in Parlamento per rendermi la vita meno dura, per accorciare
i tempi di prescrizione, per poter ricusare i giudici rompiballe, per adottare
tutte le possibili tattiche dilatorie. Mo mi so stufato, bisogna risolvere il
problema alla radice. Togliere ai giudici la possibilità di poter effettuare le
intercettazioni è la carta vincente. Non dovrò più passare il mio tempo a
difendermi dai processi invece che nei processi, ma i processi non inizieranno
neanche più, se gli togliamo la falce non potranno più tagliarmi l’erba sotto i
piedi.
E poi basta con tutti questi ausili tecnologici alle
indagini. Adesso usano pure i computer ! Eh
no eh !! Dotiamo
ogni poliziotto e carabiniere e magistrato di una bella lente di ingrandimento
alla Sherlock Holmes e abbiamo risolto.
Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere.
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interessante intervista al maratoneta Baldini
DATA: 04/17/2008 11:26:16 / STATO D'ANIMO: Curiosa/o
tratto da "La Gazzetta dello Sport" PECHINO (Cina), 18 aprile 2008 - Dopo la delusione di
Londra, Stefano Baldini ha deciso di voltare pagina volando a Pechino
per un sopralluogo al percorso della maratona olimpica. Una visita
voluta anche da Coni e Fidal per permettere all'atleta di capire meglio
la gara che dovrà affrontare. Baldini è la prima delle punte azzurre a
venire in Cina anche per controllare un problema di cui si parla da
anni: le condizioni atmosferiche della città, criticata per
l'inquinamento.
L’INQUINAMENTO - Ma nell'ultimo
mese molte cose sono cambiate e la situazione, con una forte crescita
di nazionalismo, l'ha notata anche Baldini in soli due giorni. "Martedì
pomeriggio sono andato a fare una passeggiata vicino all'hotel, a
Piazza Tienanmen e verso la Città Proibita, e sono stato fermato da
molte persone" dice, ma non era perché riconosciuto come campione
olimpico, ma solo perché i cinesi che parlano un po' di inglese fermano
la gente per strada per poter chiacchierare (a parte chi cerca poi di
vendere qualcosa). Quello che ha sorpreso Baldini è soprattutto la
visione dei cinesi verso la situazione in Tibet: "Ho chiesto se questo
delle minoranze fosse un problema da dover risolvere e la risposta è
stata affermativa. Lì per lì ho pensato che intendevano che era giusto
dover cercare una soluzione ma poi ho capito che invece per loro il
problema è proprio la minoranza etnica. Ma credo che non abbiano una
vera concezione di quello che accade e si adeguino a quello che viene
detto loro". Ed è questo aspetto che Stefano Baldini ha notato di più,
anche leggendo il China Daily,
giornale in lingua inglese: "E’ la mia prima volta a Pechino e sono
curioso, quindi l'ho sfogliato e mi sono subito reso conto che le
notizie erano a senso unico. Ho capito il concetto di propaganda di cui
spesso si sente parlare. Anche le immagini della fiaccola sono tutte a
favore della Cina e contro chi protesta. Questo non vuol dire che io
sia a favore di chi fa azioni forti contro la fiaccola, anzi, ma trovo
che non sia bello vedere cattiva informazione sui giornali, o almeno
vedere solo informazione di parte". E, anche senza leggere giornali in
cinese, la sua impressione è che succede a tutti i livelli: "Come per
l'inquinamento. Fino a poco tempo fa andavano tutti in giro con le
mascherine davanti alla bocca, poi il governo ha iniziato a dire che
non c'è inquinamento e le hanno tolte. Ma basta alzare gli occhi al
cielo per vedere quanto è sporca l'aria. Credo che la gente ancora non
sia in grado di fare scelte individuali".
LA SPERANZA - Ma da uomo di
sport, nonostante i problemi del Tibet, nonostante l'inquinamento e
nonostante i diritti umani in generale, trova che l'idea del
boicottaggio sia delle peggiori: "Non serve a niente, trovo che sia
meglio venire qua e dire la nostra mentre ci siamo. Esprimere quello
che pensiamo in prima persona. Imporre di non venire significa rovinare
la festa degli atleti. Perché comunque per noi gente di sport
l'Olimpiade è e rimane una festa, un momento di unione". Se molti
dicono che i Giochi abbiano però perso certi valori, lui non è
d'accordo: "Certo, come per il mondo, anche lo sport è cambiato e
quando sento chi riporta l'Olimpiade ai valori del dilettantismo mi
vien da ridere. Per un atleta l'Olimpiade è uno dei grandi obiettivi
della vita, passiamo anni importanti sui campi di allenamento e sentire
che qualcuno ci vuole togliere il sogno non mi sta bene". Anche le
scelte dei politici lo lasciano perplesso: "Non conosco a fondo certi
problemi, ma trovo curiosa anche l'idea di boicottare la cerimonia
d'apertura. Credo invece che anche i politici dovrebbero venire e dire
quello che pensano. E poi non mi sembra che il mondo delle aziende
abbia preso posizione contro la Cina, quindi perché chiedere di farlo
solo allo sport?" Però non ne sottovaluta la potenza e sull'impatto
dell'Olimpiade Baldini nutre speranze: "Ci sono ancora diversi mesi e
io non dispero che possa cambiare qualcosa. D'altronde, rispetto al
2001, quando i Giochi sono stati assegnati alla Cina, credo che di cose
ne siano già cambiate tante".
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come voterà Marco Travaglio
DATA: 04/02/2008 03:19:20 / STATO D'ANIMO: Incuriosita/o
Riporto la dichiarazione di voto di Marco Travaglio. Aggiungo che Di Pietro candida anche Elio Lannutti, presidente dell'ADUSBEF. Spero di aver fornito qualche elemento utile a diradare le nebbie.  "Due anni fa votai per l’Italia dei Valori, soprattutto perché nel mio Piemonte candidava Franca Rame, persona straordinaria che sono felice di aver contribuito a mandare al Senato. Credo proprio che anche stavolta tornerò a votare per il partito di Antonio Di Pietro. Conosco le obiezioni dei critici: la gestione padronale e personalistica del partito, da cui molti si sono allontanati; la caduta di stile di far prendere al partito una sede in affitto in uno stabile di proprietà dello stesso Di Pietro; la candidatura di personaggi come Sergio De Gregorio e Federica Rossi Gasparrini, puntualmente usciti dall’Idv dopo pochi mesi dall’elezione; l’adesione di Di Pietro, come ministro delle Infrastrutture, al progetto del Tav per le merci in Valsusa (sia pure dialogando con le popolazioni e discutendo di un possibile nuovo tracciato, alternativo al famigerato «buco» da 54 km a Venaus); la decisione di non chiudere la società Stretto di Messina, pur con la contrarietà ribadita al progetto del ponte; il no alla commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del G8 (secondo me sacrosanto, visto che le commissioni parlamentari in Italia servono a confondere le acque e a ostacolare le indagini della magistratura; ma maldestramente motivato con la richiesta di indagare anche sulle violenze dei black bloc, quasi che il parlamento dovesse occuparsi dei reati dei cittadini comuni). Per essere chiari: voterei molto più volentieri per un Einaudi o un De Gasperi redivivi. Ma, in attesa che rinasca qualcuno di simile e riesca a entrare in politica, penso che l’astensione – da cui sono stato a lungo tentato – finisca col fare il gioco della casta, anzi della cosca. Il non voto, anche se massiccio, non viene tenuto in minimo conto dalla partitocrazia: anche se gli elettori fossero tre in tutto, i partiti se li spartirebbero in percentuale per stabilire vincitori e vinti. E infischiandosene degli assenti, che alla fine hanno sempre torto. Dunque penso che si debba essere realisti, votando non il «meno peggio», ma ciò che si sente meno lontano dai propri desideri. A convincermi a votare per l’Idv sono le liste che ha presentato Di Pietro, che ospitano diverse persone di valore, alcune delle quali sono amici miei, di MicroMega, dei girotondi e di chi ha combattuto in questi anni le battaglie per la legalità e la libertà d’informazione. Ne cito alcuni. C’è Beppe Giulietti, animatore dell’associazione Articolo 21 contro ogni censura ed epurazione, dunque scaricato dal Pd che gli ha preferito addirittura Marco Follini, ex segretario dell’Udc ed ex vicepremier di Berlusconi, come responsabile per l’Informazione: quel Follini che ha votato tutte le leggi vergogna, compresa la Gasparri che è il principale ostacolo alla libertà d’informazione. C’è Pancho Pardi, che ho incontrato la prima volta al Palavobis, poi in tutti i girotondi e che mi auguro di reincontrare quando – se, come temo, rivincerà Berlusconi – ci toccherà tornare in piazza. C’è la baronessa Teresa Cordopatri, simbolo della lotta alla ’ndrangheta in Calabria. C’è, a Napoli, un sindaco anticamorra come Franco Barbato, che ha militato nel progetto di lista civica nazionale insieme a tanti altri amici. C’è Leoluca Orlando, che in quanto ad antimafia non teme confronti. Non ci sono, in compenso, alcuni personaggi discutibili che si erano avvicinati all’Idv, e che sono stati respinti o non ricandidati. E poi ci sarebbero anche Beppe Lumia e Nando Dalla Chiesa, ai quali Di Pietro aveva offerto un posto nella sua lista in Sicilia dopo l’estromissione (nel primo caso provvisoria, nel secondo definitiva) da quelle del Pd, che in compenso ospitano elementi come Mirello Crisafulli, l’amico del boss di Enna: alla fine, grazie anche all’Idv, Lumia è rientrato nel Pd, mentre Nando ha rispettabilmente deciso di declinare l’offerta. E poi c’è Di Pietro che, pur con tutti i suoi difetti, ha saputo pronunciare – da ministro e da leader di partito – una serie di «no» molto pesanti contro le vergogne del centro-sinistra. No all’indulto extralarge salva-Previti, salva-furbetti, salva-corrotti e salva-mafiosi. No al segreto di Stato e al ricorso alla Consulta sul sequestro Abu Omar contro i giudici di Milano. No alla depenalizzazione strisciante della bancarotta tentata da qualche ministro furbetto. No agli attacchi contro De Magistris e Forleo. No al salvataggio di Previti alla Camera (il deputato Idv Belisario, per un anno e mezzo, è stato il solo con il Pdci a chiedere la cacciata del pregiudicato berlusconiano, mentre gli altri facevano i pesci in barile). No al salvataggio di D’Alema e Latorre da parte della giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera (lì il dipietrista Palomba s’è pronunciato per autorizzare le intercettazioni Unipol-Antonveneta-Rcs, senza se e senza ma). No all’inciucio mastelliano sulla controriforma dell’ordinamento giudiziario e a tutte le altre porcate del cosiddetto ministro della Giustizia ceppalonico. No all’inciucio in commissione Affari costituzionali per la legge-truffa di Franceschini e Violante sul conflitto d’interessi (anche qui, solo il Pdci con Licandro e l’allora Ds Giulietti han tenuto botta con l’Idv). No alla limitazione delle intercettazioni telefoniche e no – dopo un’iniziale esitazione alla Camera – alla legge-bavaglio di Mastella & C. contro la pubblicazione delle intercettazioni e degli altri atti d’indagine fino al processo. No all’aumento del finanziamento pubblico dei partiti e al colpo di mano tentato in tal senso dai tesorieri di tutti i partiti (tranne quelli dell’Idv, Silvana Mura, e della Rosa nel pugno, Fabrizio Turco). No al comma Fuda che assicurava la prescrizione agli amministratori pubblici indagati dalla Corte dei conti per infrazioni contabili. Come ministro delle Infrastrutture, poi, Di Pietro ha bonificato quel lombrosario che era prima il vertice dell’Anas, cacciando gli inquisiti e i condannati e denunciando i responsabili di certi ammanchi. Ha razionalizzato la miriade di progetti faraonici ereditati da Lunardi, concentrando le poche risorse disponibili su alcune opere davvero necessarie. E, in campagna elettorale, è stato il solo a dire papale papale che Rete 4 deve andare sul satellite e che bisogna applicare immediatamente la sentenza dell’Alta Corte di Giustizia europea di Lussemburgo che, dichiarando illegittime le proroghe concesse a Mediaset dal 1999, privano da nove anni Europa 7 di Francesco Di Stefano delle frequenze necessarie per trasmettere. Infine, last but not least: sia che vinca Berlusconi sia che Pdl e Pd arrivino al pareggio e magari tentino un bel governissimo di larghe intese, mi auguro che arrivi in parlamento una pattuglia di guastatori capaci di fare opposizione con fermezza e competenza sui due temi cruciali, la libertà d’informazione e la giustizia uguale per tutti. Di gente così ce n’era anche nel Pd, ma è stata scientificamente eliminata con una specie di pulizia etnica. Ricordiamoci quel che accadde nel 2001, quando l’Idv mancò il quorum per un soffio: l’unica vera opposizione al regime berlusconiano non era in parlamento (a parte i cani sciolti alla Dalla Chiesa e alla De Zulueta, ora scomparsi dalle liste), ma in piazza. Se stavolta entrano in parlamento Di Pietro, Orlando, Pardi, Giulietti, Cordopatri, Mura e qualcun altro come loro, è meglio per tutti."
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